2002 – Ti racconto una festa

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Educare narrando

Raccontare storie, miti, leggende, favole e i fatti della vita era abitudine diffusa nelle case italiane fino a pochi decenni fa.
Pochi sapevano leggere e scrivere e alcuni di quei pochi colmavano la lacuna di molti leggendo anche per la comunità: erano una specie di lettori ‘sociali’ che poi raccontavano, specie nelle lunghe sere invernali, le grandi storie ad adulti e bambini. Oggi ognuno può leggere per conto proprio quello che gli interessa e i ‘raccontatori’ quasi non ci sono più o comunque sono sempre più rari. Rimane abbastanza diffusa l’abitudine a raccontare o leggere ai bambini favole specialmente la sera per farli addormentare. Addormentarsi accompagnati dalla voce narrante della mamma o del papà può essere la premessa di un sonno tranquillo perché il bambino, più che la storia raccontata, sente l’adulto vicino a lui, tutto per sé, e si sente sicuro.
Molti popoli della terra ancora oggi raccontano e trasmettono con il racconto orale gran parte del loro patrimonio culturale.
Il capofamiglia spesso racconta i fatti della religione, i miti e le leggende del proprio popolo, le feste e il loro significato, i riti e i miti che accompagnano la vita degli uomini dalla nascita
alla morte. Oggigiorno sempre più rappresentanti di questi popoli abitano le città d’Italia, ed è quindi opportuna e necessaria qualche riflessione su questo tema.

Nel racconto orale in genere il narratore non usa solo la voce: gli occhi e il viso esprimono sentimenti che accompagnano i personaggi nelle loro avventure, brevi gesti di singole parti del corpo o ampi movimenti di tutto il corpo indicano che partecipa emotivamente alle vicende narrate. Chi ascolta non si sente spettatore passivo, ma spesso partecipa attivamente commentando i fatti, chiedendo spiegazioni, dialogando con i personaggi evocati dal narratore, incitandoli o frenandoli nelle loro azioni. Egli sente di partecipare a un fatto sociale nel quale è coinvolto emotivamente.
Il narratore prende a pretesto la storia per raccontare se stesso. Egli interpreta il racconto a seconda del suo stato d’animo del momento, del pubblico che ha davanti, del luogo in cui racconta, della luce e dei rumori presenti e di molti altri elementi che lo stimolano, lo fanno sentire a suo agio, gli suggeriscono le parole giuste e il tono di voce adatto. Può quindi capitare che un ascoltatore senta più volte la stessa storia trovandola sempre nuova e coinvolgente.
Perché la narrazione sia efficace, coinvolgente e soddisfacente per tutti i partecipanti, è necessario creare l’atmosfera adatta e rispettare una certa ritualità: la scelta del luogo, la disposizione dei presenti, la luce adatta, il corpo rilassato, il silenzio pieno di rumori muti o preludio a suoni, voci e rumori, l’attenzione sugli avvenimenti evocati, la mente sgombra da altri pensieri… sono tutti elementi che possono condizionare sia il narratore che gli ascoltatori e quindi la piena fruizione dell’esperienza. In questa atmosfera, sentire la voce del narratore, vedere le sue labbra che si muovono e gli occhi che osservano e scrutano gli ascoltatori e i personaggi inesistenti ma presenti nella storia, seguire i gesti che materializzano questi personaggi, vuol dire entrare in rapporto diretto con lui e ricevere direttamente da lui e personalmente un racconto che è sempre racconto di vita e quindi sempre sentito, emozionante, coinvolgente.
La narrazione è una forma di comunicazione particolare che non ha niente in comune con altre forme di comunicazione pur legittime, utili, necessarie… come le chiacchiere salottiere tra amici, il commento dei fatti di cronaca, le discussioni sui temi del giorno… essa segue delle regole non scritte e non codificate che rendono i fatti narrati non più legati allo spazio e al tempo, anche se si tratta di fatti di cronaca. Pensiamo ai cantastorie, diventati ormai rari ma presenti ancora anche nella società italiana, che trasformano un fatto di cronaca in una narrazione vera e propria che diventa spettacolo.

Oggi gli studiosi del linguaggio hanno rivalutato il racconto orale che diventa narrazione.
Del racconto orale si dovrebbero appropriare i genitori, gli insegnanti e gli educatori in genere, per riuscire a stabilire un rapporto ‘di complicità’ con i bambini/ragazzi. A chi dice ‘sarebbe bello ma non sono capace’ rispondiamo che i bambini sono sempre molto disponibili e generosi, a loro interessa il racconto, ma interessa forse di più stare vicino all’adulto che racconta, sentire il suono della sua voce che cambia tonalità, vedere i suoi occhi vivi e mobili che integrano il racconto della voce, i gesti, i vestiti e tanti particolari che sembrano distrarli ma possono essere segni concreti di partecipazione.
Il bambino fin dalla nascita è immerso in un mondo pieno di suoni, di parole, di sapori, di calore umano… che utilizza per crescere e capire il mondo che lo circonda, il suo mondo.
Se viene immerso sin da piccolo anche in un mondo di racconti e narrazioni imparerà anche a stabilire rapporti positivi con gli altri.

Gioacchino Maviglia
insegnante

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Racconto feste

La Befana vien di notte

La Befana è una vecchina che nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavalcioni su una scopa, vola sopra i tetti di paesi e città.
Porta un grande e pesante sacco stracolmo di giocattoli, cioccolatini, caramelle.
Calandosi dai camini, passa di casa in casa e riempie di doni le calze che i bambini hanno appeso.
Ma non per tutti ci sono bei regali! Ai bambini che non sono stati buoni lascia cenere e carbone.
L’origine della Befana si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti dai Magi a Gesù Bambino.

La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
col vestito alla romana
viva viva la Befana

(filastrocca popolare)

Il sacrificio di Ismayl

Una notte Allah apparve in sogno a Ybraim e gli chiese di compiere un corbany, cioè di sacrificare qualcosa.
La mattina dopo Ybraim sacrificò duecento cammelli.
Di notte Ybraim rifece lo stesso sogno; questa volta chiese ad Allah che cosa dovesse sacrificare e Allah gli rispose che doveva sacrificare la cosa che più amava al mondo.
E la cosa che amava di più era il suo unico figlio Ismayl (Ismaele).
La mattina seguente disse alla moglie di vestire bene il figlio che lo avrebbe portato a una festa. Il Shaytan (diavolo) andò dalla moglie e da Ismayl e disse loro del sacrificio; entrambi risposero che se ciò era il volere di Allah per loro andava bene. Al momento del sacrificio Ybraim cercò di uccidere il figlio, ma la lama del coltello non tagliava. Dalla rabbia lo lanciò a terra e il coltello cominciò a parlare. Disse che Allah non voleva la morte di suo figlio, ma l’aveva solo messo alla prova. Qualche attimo dopo Allah mandò un angelo dal Paradiso che mise un agnello al posto di Ismayl.

(narrata da Asma Zaman, Bangladesh)

I chiodi della Croce

Tutti sanno che per crocifiggere Gesù furono usati tre chiodi: due per le mani ed un terzo per inchiodare i due piedi tra loro uniti.
Non tutti però sanno che quattro furono i chiodi forgiati per tale evento e questa è la leggenda del popolo Rom che parla del quarto chiodo della croce.
Quando ormai era giunto il tempo di apprestarsi ad inchiodare alla croce il Cristo i soldati si accorsero di averne solo tre. Il quarto era stato prelevato di nascosto da una donna Rom che impietosita dalle sofferenze di Gesù pensava così di alleviarne un poco il dolore.
Per non farsi scoprire dai soldati nascose il chiodo in un pezzo di lardo trovato lì vicino. Da allora, di quel chiodo non si seppe più nulla.
I Rom non hanno perso la speranza di ritrovare il quarto chiodo della croce ed è per questo che le chiromanti Rom, quando leggevano il futuro chiedevano, oltre ai soldi, un pezzo di pane e di lardo, nella speranza di trovarvi il chiodo tanto ricercato.
Questo succedeva e forse succede ancora.

Pesach

«Che differenza c’è tra questa e tutte le altri notti?» chiede il più giovane al capofamiglia durante il “seder” di Pesach.
«…schiavi fummo in Egitto e il Signore nostro Dio ci fece uscire di là, con mano potente e con braccio disteso e con grande spavento e con miracoli e prodigi…
…divise per noi il mare, ci fece passare in mezzo ad esso all’asciutto, sommerse i nostri nemici, ci fornì nel deserto delle nostre necessità per quarant’anni, ci nutrì con la manna, ci diede il Sabato, ci fece avvicinare al monte Sinai, ci diede la Legge, ci fece entrare nella terra d’Israele e ci fece costruire il Santuario…
…i nostri padri mangiarono il pane dell’afflizione: chi ha fame venga e mangi; chi ha bisogno venga a fare la Pasqua.
Quest’anno siamo qui, l’anno prossimo saremo nella terra d’Israele; Quest’anno siamo schiavi, l’anno prossimo saremo liberi» risponde il capofamiglia narrando gli eventi della liberazione dalla
schiavitù in Egitto.

(narrata da Joan Rundo)

Festa di primavera

Kolja e la sorella Mila se ne stanno impazienti nella loro casa e guardano dalla finestra. Fiumi ghiacciati, neve e cielo grigio per giorni e giorni. È febbraio. I due fratelli non escono a giocare dall’ottobre precedente. Sognano di correre nei campi, di bagnarsi nel fiume, di raccogliere i fiori che, come per incanto, esploderanno quando arriverà la primavera.
Intanto incominciano a costruire la casetta di legno per accogliere i merli. Tra aprile e maggio, felici, la metteranno sugli alberi per dare il benvenuto alla primavera che arriva sulle ali dei merli.

Primavera, primavera bella!
Vieni, cara, con la gioia,
con la gioia, con la gioia
con la tua grande bont?
fai crescere il lino alto,
le radici profonde,
il grano abbondante.

Amico sole,
affacciati alla finestra
col bel tempo,
ruota nel cielo
mettiti il vestito bello!

(narrata da Tatiana Pudova, Russia)

Come nacque l’impero Inca

Il dio Sole, impietositosi dello stato selvaggio in cui vivevano gli uomini, inviò i suoi figli Manco Capac e Mama Ocllo a insegnare agli uomini e alle donne dell’antico Perù a vivere in modo corretto.
Manco Capac e sua sorella uscirono dal lago Titicaca, dove vivevano. Il sole consegnò a Manco Capac una verga d’oro e gli disse: «Nel luogo dove sprofonderà questa verga, fonderete una città e sarete i re e i signori di quella terra».
Così i due fratelli, camminando, provarono ad affondare la verga nel suolo. D’un tratto, nelle vicinanze del Cusco, il bastone sprofondò con facilità ai piedi del monte Huanacaure, e Manco Capac disse a sua sorella: «Nostro padre vuole che stabiliamo qui la nostra dimora» e andarono a parlare alla gente.
Molti abitanti della valle risposero all’appello che i fratelli Manco Capac e Mama Ocllo avevano rivolto loro, per compiere la volontà del loro padre, il sole.

La conquista del fuoco

Un tempo gli uomini di Gogo, nella regione del Kenya, non avevano il fuoco e non sapevano come riscaldarsi. Uno di loro, Kebenla, decise di andare a chiederlo in dono al dio Mulunga che abitava nel quarto cielo. Attraversando i primi tre cieli incontrò molti uomini con solo metà corpo, che camminavano con la testa o si trascinavano sulle ginocchia; ogni volta Kebenla si mise a ridere.
Proseguì fino al quarto cielo e giunse finalmente alla casa del dio, tra piante rigogliose, ruscelli e animali. L’uomo chiese in dono il fuoco, ma il dio gli disse che non l’aveva meritato perché aveva deriso i suoi figli. Però gli concesse un’altra possibilità.
Lo condusse in una stanza con molti vasi, dicendogli di sceglierne uno: se avesse contenuto il fuoco avrebbe potuto portarlo via.
Kebenla scelse il vaso più bello e più ricco, ma quando tolse il coperchio, vi trovò solo cenere.
L’uomo tornò sulla terra umiliato e senza il fuoco.
Dopo molti anni e molti tentativi una donna, Nwamaka, tentò la conquista del fuoco e intraprese il lungo viaggio.
Attraversando i tre cieli e vedendo le persone che vi abitavano, ebbe compassione di loro e le rallegrò cantando bellissime canzoni.
Alla fine giunse alla casa del dio; lui le disse che aveva già meritato il fuoco perché era stata gentile con i suoi figli. Tuttavia la condusse nella stanza dei vasi e la invitò a sceglierne uno.

Esala Perahera

Nel 483 a.C., nell’India settentrionale, tra le ceneri del corpo cremato del Buddha, alcuni fedeli trovarono dei denti. La principessa Hemamala dopo varie disavventure entrò in possesso di uno di questi.
Per sfuggire agli induisti, la principessa si rifugiò in Sri Lanka, presso la corte del re Sri Meghavanna, di fede buddhista, al quale portò in regalo il dente di Buddha, nascondendolo tra i suoi capelli.
Grato per il dono considerato simbolo di potere, il re iniziò la costruzione di un favoloso tempio, dedicato, appunto, al Sacro Dente del Buddha. Il sovrano stabilì che una volta all’anno la preziosa reliquia sarebbe stata trasportata in processione da elefanti bardati a festa per l’occasione.
Il dente subì diverse vicissitudini: furti, spostamenti segreti, ma tornò sempre al maestoso tempio, nella città di Kandy.

La Festa della Luna

C’era una volta il cielo e in questo cielo splendevano dieci soli; per questo motivo la terra era molto secca, non c’era più nessun mare e la gente era ormai disperata.
Per fortuna c’era un ragazzo di nome Hou Yi che salì in cima alla montagna più alta e da quel punto cominciò a scagliare delle frecce contro i soli.
Usando tutta la sua forza e il suo coraggio riuscì a colpire nove dei dieci soli che assetavano la Terra, salvando così gli esseri umani da una terribile fine.
Per questa sua impresa eroica egli poté sposare una donna bellissima di nome Chang Er.
Un giorno, mentre il giovane eroe stava andando a trovare i suoi amici, incontrò sulla sua strada la regina.
Questa gli fece un regalo molto speciale, una pozione che aveva il potere di regalare la vita eterna.
Chiunque avesse bevuto questa pozione sarebbe stato un Dio.
Ma Hou Yi era un ragazzo semplice, non voleva diventare un immortale e lasciare la sua bellissima moglie, alla quale chiese di tenere e nascondere il regalo della regina.
Purtroppo una persona cattiva, venuta a conoscenza del potere della pozione, voleva impadronirsene.
Attese che Hou Yi uscisse di casa per entrarvi e rubarla anche a costo di uccidere la bella Chang Er.

Abunearegawi

La mattina del 28 ottobre Rahel si sveglia prestissimo. È felice perché andrà con la famiglia ad Asmara dalla zia Jordanos per festeggiare il Santo Abunearegawi. La zia intanto ha pulito bene la casa per ricevere gli ospiti e cucinato tante buone cose da mangiare. Anche la famiglia di Rahel ha preparato zighinì, enjera, alìcia, swa e mies, bevanda fermentata con miele che a Rahel piace moltissimo.
Arrivati al santuario Godaif, sistemano i viveri nella grande tenda dei pellegrini e si recano al santuario a pregare il Santo, raffigurato avvolto da un serpente.
Rahel sa, gliel’ha raccontato tante volte la nonna, che Abunearegawi è un santo molto amato perché aiuta i poveri e compie tanti miracoli.
Dopo la cerimonia e le preghiere tutti i fedeli si ritrovano sotto le tende a mangiare e poi si recano a casa dei parenti per continuare i festeggiamenti.

(narrata da Emilia Giusti, Eritrea)

Diwali

C’era una volta un re che aveva dei figli. Ram era il primogenito e sarebbe dovuto diventare il futuro re, ma la matrigna, per favorire il figlio Bharat, fece in modo che fosse mandato in una lontana foresta per quattordici lunghi anni.
Ram se ne andò con la moglie Sita e l’amato fratello Laxman. Siccome erano buoni e gentili, fecero amicizia con tutti gli animali della foresta che li amavano moltissimo.
Nella foresta viveva anche una demonessa; suo fratello Ravan era il re dei demoni ed era temuto da tutti. Un giorno Ravan si avvicinò alla capanna di Sita fingendosi un mendicante, la rapì e la portò nel suo regno su una carrozza volante.
Sita, per lasciare una traccia, fece cadere ad uno ad uno i suoi gioielli. Ram e Laxman, mentre cercavano Sita, incontrarono un gruppo di scimmie molto intelligenti che li aiutarono a costruire un lungo ponte per attraversare l’oceano e arrivare nel regno del demone Ravan. Raggiunto il regno di Ravan, lottarono per molti giorni… alla fine sconfissero il demone e liberarono Sita.
Nel frattempo erano passati quattordici anni, perciò Ram, Sita e Laxman poterono tornare nel loro regno dove furono accolti con gioia e festeggiati da tutti.

(narrato da Nupur Mukherjee Sen, India)

Amal e l’angelo

Amal, una bambina che viveva in un piccolo paese dell’Algeria, una sera, durante il mese del Ramadan, mentre stava giocando nel cortile di casa, vide arrivare un angelo. Amal, molto meravigliata, chiese all’angelo come mai fosse venuto sulla Terra.
L’angelo le rispose che voleva conoscere i desideri che i bambini avrebbero espresso nella notte del destino (Laylat al Qadr).
Le chiese di mantenere segreto il loro incontro e la invitò a salire sulle sue ali per fare insieme il giro della città. Sorvolarono la città e passarono sopra la moschea, dove tutti gli uomini erano riuniti
a pregare per permettere agli angeli di risalire in cielo.
Durante il viaggio, Amal e l’Angelo videro tutti i bambini che pregavano per avere i doni della notte del destino: pace, amore, salute, felicità, allegria, riuscita a scuola.
Finito il viaggio, Amal ritornò alla sua casa con le lacrime agli occhi, ma anche molto felice per aver conosciuto l’ Angelo.
Poi l’Angelo sparì nel cielo, accompagnato dal battito delle sue ali.

(narrata da Amina Guendouz, Algeria)